- Avvicinamento (min)
- 5 h 30 min
- Avvicinamento (D+)
- 500 m
- Discesa (min)
- 5 h
- Discesa
- La discesa è piuttosto complessa: preventivare almeno due ore piene per arrivare alla fine delle difficoltà. Dalla vetta scendere inizialmente verso la valle Adamè, poi spostarsi un poco a destra trovando una sosta di calata. Possibile doppia da 60 metri in direzione dell’intaglio fra le due vette gemelle del Corno Gioià, oppure (come abbiamo fatto noi) affrontare due tiri in discesa (II, III). Raggiunto un vecchio cordone bianco, brevissima calata nel canale tra le due cime che poi si risale facilmente fino all’intaglio. Qui si trova un’altra sosta di calata su cordone e maglia rapida: calarsi 15 metri nello scomodo camino sottostante atterrando su una grande placca inclinata. Seguire una delle fessure in disarrampicata (II, chiodo) dunque spostarsi più facilmente verso destra. Appena possibile, scendere a sinistra sull’ordine di placche sottostante (noi siamo passati per un breve canale, II), che tendono a un largo sperone: prendere come riferimento un grande ometto 100 metri più in basso sul filo dello sperone. Dopo un tratto facile, si incontra un nuovo cordone con maglia rapida su spuntone, e appena sotto il terreno si fa di nuovo ripido (II, III): si incontra un vecchio chiodo e 20 metri sotto una vecchia sosta di calata. Noi abbiamo fatto due brevi doppie raggiungendo l’intaglio appena sotto l’ometto, da cui sale la via normale (un brutto canale di sfasciumi che ci si è presentato totalmente innevato: presente comunque una sosta di calata con cordoni nuovi). Noi abbiamo proseguito sullo sperone (2 ometti); dopo un paio di brevi passaggi esposti (III) abbiamo raggiunto una buona sosta (chiodo con anello e cordini): una doppia da 60 metri ci ha permesso di raggiungere le placche a sinistra della vedretta. Un ultimo passaggio ostico con un po’ di neve e ghiaccio a sinistra rispetto alla linea di calata ci ha permesso di superare l’ultimo risalto di parete, poi per placche appoggiate più facili (ma marce) abbiamo raggiunto il nevaio. Da qui in un’ora comoda al Prudenzini, in altre due ore all’auto.
- Avvicinamento
- Seguire la comoda sterrata (segnavia 14) che risale lungamente la val Salarno, superando i suoi due laghi, fino al rifugio Prudenzini (2226 m, 2,30/3 da Fabrezza). Il Corno Gioià domina la valle a destra, con dietro il Corno Triangolo. Subito dopo il rifugio si supera il ponte a destra seguendo il sentiero 1 diretto al Passo di Poia. Una ripida salita conduce sopra il “coster” di sinistra: appena il sentiero spiana, prima che guadi un torrentello, lo si abbandona salendo a sinistra per terreno inizialmente erboso poi roccioso. Conviene mantenersi vicino all’orlo del coster seguendo le comode piode piuttosto che faticare nelle pietraie sotto la parete ovest del Corno Gioià. Raggiunta la piccola valle che separa quest’ultimo dal Corno Triangolo, smettere di traversare e salire in direzione della vedretta, sopra la quale si distingue contro il cielo la cresta nord est. L’estensione del piccolo ghiacciaio è variabile a seconda delle annate, ma a inizio stagione sono necessari i ramponi; altrimenti si procede lasciandosi la neve a destra. Una volta ai piedi della parete, ignorare le placche appoggiate con chiodi che salgono direttamente a destra verso l’inizio della cresta vera e propria del Corno Gioià: si tratta di una variante più difficile (VI+); individuare invece il punto più debole della parete a sinistra, prendendo come riferimento il secondo intaglio a sinistra della cresta principale (2.30 h dal rifugio). L’attacco è circa 20 metri più a sinistra rispetto all’inizio della placca difficile.